La crisi economica mondiale

29
dic
scritto da Giulia in Mondo nessun commento

Non si può oramai più seguire un telegiornale, leggere un quotidiano, ascoltare una radio senza sentire o leggere la parola crisi. La crisi ha portato una recessione molto preoccupante partendo dagli Stati Uniti e espandendosi a livello mondiale colpendo anche e soprattutto l’Europa mettendola di fronte a una situazione difficile da gestire. Le cause della crisi sono molte e complicate da definire in poche righe ma cerchiamo un attimo di fare il punto della situazione a tre anni dal suo inizio.

© mdfiles - Fotolia

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La crisi economica ebbe inizio nell’estate del 2007 negli USA e si è poi riversata su tutto il mondo a partire dai primi mesi del 2008. Seguì poi una crisi industriale, dopo il fallimento di Lehman Brothers, una società fondata nel 1850 che si occupava di servizi finanziari a livello globale. Soprattutto il mondo occidentale subì nel 2009 una crisi economica generalizzata e vertiginosi crolli del Pil. Infine, dopo una parziale ripresa economica nel 2010, si è verificata principalmente in Europa un allargamento della crisi ai debiti sovrani e alle finanze politiche di molti paesi, argomento ancora di enorme attualità nell’eurozona.

Ci sono delle analogie tra la crisi del 1929 che si legge nei libri di storia e quella attuale. Il principale motivo di entrambi le crisi erano la cattiva struttura del sistema bancario con eccessi di prestiti a carattere speculativo. La drammatica crisi economica del 1929, il cosiddetto crollo di Wall Street o la grande depressione, sconvolse l’economia a livello mondiale alla fine degli anni venti portando conseguenze politiche dannose. In Germania per esempio, che subì in modo particolare il contraccolpo, la crisi provocò un tragico aumento della disoccupazione che portò nel 1933 la NSDAP, il Partito nazista, al potere.

Senza essere troppo pessimisti, bisogna stare attenti che anche questa crisi non porti conseguenze politiche di cui potremmo poi pentirci amaramente. La storia ci insegna.

Alle sponde del Bosforo

27
dic
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© Windowseat-Fotolia

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Un vero boom economico è stato quello che ha e sta vivendo la  potenza turca, che a partire dagli anni Ottanta con l’apertura agli investimenti esteri ha visto crescere esponenzialmente il proprio prodotto interno lordo. Nel corso dei decenni la Turchia ha dovuto far fronte anche a periodi di stallo e di crisi, come quella delle banche nel 2001, dai quali è riuscita a risollevarsi e a imporsi oggi come il Paese con la maggiore crescita economica.

La Turchia ha superato la Cina nei primi nove mesi del 2011 con un incremento del Pil del 9,6% a fronte del 9,4% cinese, secondo quanto riportato dal ministro dell’Economia turco, Zafer Caglayan. Merito del rilancio dell’economia turca e del suo conseguente peso politico, è stata la politica estera condotta dall’attuale governo di Tayyip Erdogan e del suo partito AKP che dal 2002 governano il Paese. Il liberalismo economico turco ha portato evidenti benefici in termini di crescita e di affidabilità sui mercati esteri. I principali partner commerciali per la Turchia sono, infatti, la Germania, l’Italia, Regno Unito e Francia. Ma le mire espansionistiche del governo di Ankara puntano anche sui Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

La Turchia infatti dati i recenti attriti con l’Europa in merito alla sua entrata o meno nell’Unione europea sembra volgersi sempre più ad Oriente per costituirsi come punto di riferimento commerciale e in un futuro prossimo anche politico. La crescita del tasso del Pil dovrebbe nel 2012 leggermente arrestarsi; la crisi occidentale ha fatto registrare un rallentamento della crescita del 7% nel corso del 2011 e si parla di un 4% per l’anno appena iniziato. La Turchia d’altra parte deve fare i conti anche il disavanzo nel commercio estero; le importazioni superano di fatto le esportazioni e nel caso gli investimenti esteri diminuiscano il rischio è legato all’impossibilità per le banche turche di rifinanziare il mercato.

La potenza cinese

18
dic
scritto da Antonio in Mondo nessun commento
© Juergen Effner - Fotolia

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Che la storia sia fatta di corsi e ricorsi è dato assodato, forse un concetto sterotipato, ma pur sempre vero. La crisi dei mercati occidentali e gli sforzi intrapresi per arginare la deriva hanno maggiormente messo in luce l’ascesa di potenze lontane. La Turchia ad esempio che vanta una crescita del prodotto interno lordo del ben 8,2% nel terzo trimestre del 2011 o l’India, forte di una nuova forza competitiva rispetto i mercati mondiali.

E dall’Asia arriva anche la superpotenza cinese, oggi più che mai presente sia sul nostro territorio che come partner commerciale. Anche qui una grande risorsa per l’incredibile sviluppo economico della Nazione è costituita dalla manodopera e dai suoi bassi costi. Un boom avviato alla fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, quando l’allora Repubblica Popolare Cinese abolì le restrizioni al commercio estero, aprendo, di fatto, le proprie frontiere commerciali dopo decenni di chiusura totale. Ciò portò ovviamente a cambiamenti radicali nelle strutture stesse del mercato lavorativo cinese, richiedendo anche una sostanziale rivisitazione della normativa relativa al lavoro.

Se nell’economia pianificata precedente non esisteva alcuna contrattazione tra le parti, le riforme del mercato del lavoro successive hanno portato alla normativa del 29 giugno 2007 che regola i diritti dei lavoratori e le loro condizioni di sicurezza. La cosiddetta Labor contract Law impone ai datori di lavoro cinesi e stranieri di riformulare i contratti di lavoro, limitando i periodi di prova, prevedendo contratti a tempo determinati più a favore del lavoratore e patti di non concorrenza più limitati. Maggior peso assumono i sindacati all’interno della contrattazione collettiva.

Almeno a livello ufficiale quindi la Cina dispone di una legislazione in materia di lavoro tesa a tutelare maggiormente i lavoratori; la realtà spesso è poi diversa, ma questo è un problema non solo cinese.

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