La potenza cinese

© Juergen Effner - Fotolia

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Che la storia sia fatta di corsi e ricorsi è dato assodato, forse un concetto sterotipato, ma pur sempre vero. La crisi dei mercati occidentali e gli sforzi intrapresi per arginare la deriva hanno maggiormente messo in luce l’ascesa di potenze lontane. La Turchia ad esempio che vanta una crescita del prodotto interno lordo del ben 8,2% nel terzo trimestre del 2011 o l’India, forte di una nuova forza competitiva rispetto i mercati mondiali.

E dall’Asia arriva anche la superpotenza cinese, oggi più che mai presente sia sul nostro territorio che come partner commerciale. Anche qui una grande risorsa per l’incredibile sviluppo economico della Nazione è costituita dalla manodopera e dai suoi bassi costi. Un boom avviato alla fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, quando l’allora Repubblica Popolare Cinese abolì le restrizioni al commercio estero, aprendo, di fatto, le proprie frontiere commerciali dopo decenni di chiusura totale. Ciò portò ovviamente a cambiamenti radicali nelle strutture stesse del mercato lavorativo cinese, richiedendo anche una sostanziale rivisitazione della normativa relativa al lavoro.

Se nell’economia pianificata precedente non esisteva alcuna contrattazione tra le parti, le riforme del mercato del lavoro successive hanno portato alla normativa del 29 giugno 2007 che regola i diritti dei lavoratori e le loro condizioni di sicurezza. La cosiddetta Labor contract Law impone ai datori di lavoro cinesi e stranieri di riformulare i contratti di lavoro, limitando i periodi di prova, prevedendo contratti a tempo determinati più a favore del lavoratore e patti di non concorrenza più limitati. Maggior peso assumono i sindacati all’interno della contrattazione collettiva.

Almeno a livello ufficiale quindi la Cina dispone di una legislazione in materia di lavoro tesa a tutelare maggiormente i lavoratori; la realtà spesso è poi diversa, ma questo è un problema non solo cinese.

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