L’ Articolo 18

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dic
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In Italia appena si parla di lavoro viene menzionato l’Articolo 18. Che cos’è esattamente l’Articolo 18 e perché se ne parla tanto?

© Maksym Yemelyanov - Fotolia

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L’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sostiene che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo. Lo Statuto dei Lavoratori è stato approvato con la legge n. 300 nel 1970 ed è una delle norme principali del diritto del lavoro in Italia, il primo diritto della Costituzione della Repubblica Italiana quindi principio fondante della Repubblica stessa.  L’introduzione dell’Articolo e dunque le norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro“ modificarono notevolmente le condizioni di lavoro e il rapporto tra datore di lavoro, lavoratore e rappresentanza sindacale. Da decenni in Italia si discute di questa legge senza trovare una soluzione che accontenti un po’ tutti. L’Articolo 18 definisce i diritti e i limiti del lavoratore che viene licenziato e che fa richiesta al giudice per riottenere il suo lavoro, considerandosi licenziato in modo non giustificato. Il giudice stabilisce l’annullamento del licenziamento  quando avvenuto senza un motivo giustificato o senza giusta causa. Il lavoratore ha poi il diritto di decidere se rientrare in azienda o chiedere una indennità (quindici mesi di stipendio).
Il nuovo Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, con delega anche alle Pari Opportunità, Elsa Fornero, ha accennato in un discorso di voler eventualmente modificare l’Articolo 18, modifica in forte contrasto con la politica sindacale ma largamente condiviso da Confindustria. Ascoltiamo però un’altra voce, i docenti di Diritto. Secondo la maggior parte di loro sostenere che le imprese non assumano per colpa dell’Articolo 18 è una forzatura. La disoccupazione giovanile non dipende dalla legge n. 300 bensì dalle politiche aziendali. Se un’azienda infatti volesse inserire un ragazzo lo potrebbe fare offrendogli un apprendistato, un sistema che in altri paesi europei come la Germania funziona bene  e dove ai ragazzi nella maggior parte dei casi finito l’apprendistato viene offerta una posizione all’interno dell’azienda.

Indagine Eurostat

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dic
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© FotolEdhar - Fotolia

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Il mercato del lavoro in Italia da sempre si è distinto da quello degli altri Paesi europei, per strutture interne, organizzazione, modalità lavorative. Differenze riconducibili alle peculiarità culturali di ogni singolo Stato, che anche nel settore lavorativo si costituiscono come realtà a se. Aldilà delle diverse strutture e approcci cambiano anche molto i percorsi di chi è alla ricerca di un impiego.

Il classico curriculum, redatto secondo le consuetudini locali o omologato a quello europeo sembra in Italia non essere il metodo di ricerca più consueto. Stando a quanto riportato da un’indagine di Eurostat il lavoro in Italia si cerca passando attraverso il canale diretto, ovvero la conoscenza. Dal rapporto Method Used for Seeking emerge che ben il 76,9% degli italiani ricorre all’aiuto di amici o conoscenti, una percentuale nettamente superiore alla media europea del 69,1%. Alta la nostra percentuale, ma non altissima se confrontata con quella di Spagna e Irlanda, mentre il primo posto va in assoluto alla Grecia dove addirittura il 92,2% dei casi esaminati ha ammesso di aver chiesto a conoscenze varie.

E la tendenza in Italia sembra crescere se confrontata con le rilevazioni degli anni passati: nel 2009 la percentuale era del 49,7%, mentre nel 2010 si attestava sul 61,1%. Il clima di instabilità economica ha sicuramente contribuito ad accentuare la tendenza tipicamente italiana del chiedere ad amici, parenti o a sindacati. La classica spintarella si rivela così più diffusa dei canali tradizionali, siano essi invio di cv direttamente alle aziende, annunci sui quotidiani specializzati o su siti dedicati o intermediatori istituzionali, quali centro per l’impiego o agenzie di lavoro interinale. Ecco un’altra sostanziale differenza con il resto d’Europa: da noi le credenziali e le qualifiche vengono pubblicizzate solo dal 63,9% degli intervistati. Cifre sulle quali riflettere per rivedere le nostre abitudini in materia di politica di reclutamento delle risorse umane e puntare maggiormente sulla meritocrazia e sulle capacità, piuttosto che bussare alle porte di amici.

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