Crisi del settore auto

20
gen
scritto da Stefania in Europa nessun commento

Solo il mercato delle auto usate sembra resistere alla crisi che sta colpendo il settore automobilistico. Secondo dati recenti le vendite di automobili sono crollate nel 2011, rispetto all’anno passato per quasi tutte le case automobilistiche. Si parla di un meno 24% per la Peugeot, meno 23% per la Citroen, meno 22% per la Renault, meno 19% per la Ford, meno 13% per la Toyota, meno 7% per la Opel e meno 19,3 % per la Fiat. Dati che non lasciano presagire niente di buono neanche per l’anno in corso; l’Unione delle case estere UNRAE prevede un meno 4% nel 2012. Le motivazioni non sono difficili da immaginare.

© Stefano Neri - Fotolia

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In un periodo storico di grande incertezza economica, di disoccupazione crescente e di crisi globale quello che per molti italiani era un acquisto scontato, l’auto, diventa sempre più un lusso. Il prezzo dei carburanti è salito, quello delle Rc auto pure, perfino i parcheggi sono rincarati. Ecco che le previsioni non possono non tener conto di una tendenza purtroppo in ribasso, che solo con una ripresa dell’economia e il rilancio della competitività italica potrà subire un’inversione di tendenza. In questo contesto il mercato delle auto usate registra dati migliori, con un +0,59% rispetto al 2010. Numericamente si parla di ben 26.662 passaggi di proprietà in più rispetto al 2010, per un totale complessivo di 4.571.182 passaggi.

Un segnale quindi incoraggiante che va a sopperire la necessità di molti di avere un’auto; la media nazionale per il possesso di un’auto è decisamente superiore a quella europea per motivazioni legate anche alla scarsa efficienza o copertura del servizio pubblico, per cui posseder un’auto è spesso l’unico modo per recarsi al lavoro, sbrigare le faccende quotidiane, portare i bambini a scuola, …I costi per un’auto usata sono sicuramente minori rispetto all’acquisto di una nuova e questa tendenza va anche nella direzione del risparmio, tema oggi molto sentito.

Destinazione Europa

15
dic
scritto da Caterina in Europa, Formazione nessun commento

La formazione lavorativa e universitaria al giorno d’oggi per essere davvero competitiva punta sempre di più alla specializzazione. Richieste sul mercato del lavoro sono non solo quelle figure che abbiano un background ricco e approfondito, ma che sappiano calarsi all’interno di strutture e processi sempre più veloci e mutevoli. Ecco che in questo senso la formazione dei lavoratori di domani parte anche dall’interculturalità, dall’interazione tra forme di sapere e modalità d’ azione diverse. La globalizzazione di cui si parla spesso ha investito anche la formazione, perché sui mercati uniti non si può sperare di andare avanti rimanendo chiusi nel proprio guscio protettivo di esperienze consolidate e d’iter prescritti. Sempre più giovani ricercatori, universitari, lavoratori decidono di arricchirsi con esperienze all’estero che possano ampliare gli orizzonti personali, legati alla crescita e professionali, legati cioè all’apprendimento di nuove metodologie. In questo senso l’Europa offre molte possibilità a chi desidera lavorare o studiare fuori.

© vaso - Fotolia

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Di semplice consultazione e molto esaustivo è il portale Eures, il portale europeo della mobilità professionale, che nasce come cooperazione tra la Commissione europea e i vari servizi pubblici per l’impiego di vari Paesi. Ci si può candidare per un posto di lavoro, richiedere una consulenza o semplicemente informarsi rispetto il mercato del lavoro o le condizioni di vita di una Nazione in particolare.

Per chi volesse studiare per un periodo all’estero, consigliamo i vari programmi Erasmus offerti in pratica da tutte le Università. In collaborazione con la Fondazione CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) il Ministero degli Affari Esteri organizza i tirocini formativi e di orientamento crui-mae presso le sedi del Ministero all’estero, inclusi gli Istituti italiani di Cultura.

Le occasioni per entrare in una dimensione più ampia del lavoro e della formazione sono molteplici e con le strutture organizzative adatte si riveleranno foriere di nuove opportunità.

Nuove migrazioni

10
dic
scritto da Caterina in Europa nessun commento

La situazione di crisi in cui versa l’Europa sta rappresentando il momento più difficoltoso dagli anni del dopoguerra. Incertezze e promesse tradite incombono sulle popolazioni dei diversi Stati; maggiormente colpiti risultano in questo senso i giovani. Anche se con una buona formazione alle spalle, specialistica e approfondita, trovare condizioni lavorative sicure al giorno d’ oggi sembra più che un diritto, un miraggio. Ecco che la tendenza all’emigrazione prende sempre più peso in uno spostamento verso zone del mondo lontane, ma dagli orizzonti più sereni.

© Nmedia #8735133 Fotolia

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Secondo recenti stime, si calcola che un numero considerevole di europei si sia trasferito in Argentina, Paese del Sud America che vanta una disoccupazione al 7,5% (dati del 2011) e un reddito medio oltre i 7.400 dollari pro capite. I giovani che hanno lasciato il proprio Paese d’origine per andare in Argentina non hanno incontrato molte difficoltà a livello burocratico; è necessaria infatti una comunicazione scritta del futuro datore di lavoro insieme ad un certificato di buona condotta rilasciato dal Paese originario per usufruire di un visto da parte delle autorità competenti.

Terre lontane ricche di promesse sono anche l’Australia, basti pensare che circa 2.500 greci vi si sono trasferiti e l’Angola dove circa 10.000 giovani portoghesi si sono stanziati, attratti dalle prospettive del terzo paese al mondo per presenza di petrolio. Secondo i dati forniti dalle diverse autorità in Brasile si è registrato un incremento pari al 50% in un anno di stranieri legalmente residenti. Anche gli italiani seguono questa tendenza e continuano a spostarsi al di fuori i confini stessi europei, confermando quindi i dati concernenti la mobilità dei lavoratori.

Le migrazioni dettate dalle necessità lavorative non sono sicuramente nuove per gli europei, basti pensare ai fortissimi flussi migratori che avvennero alla fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento e che in Italia assunsero proporzioni enormi.

Classifica di The

02
dic
scritto da Antonio in Europa, Formazione nessun commento

La prima università del mondo occidentale fu quella di Bologna. La data di fondazione esatta non è conosciuta si parla intorno all’anno 1088. Nel 1215 fu fondata quella di Arezzo, nel 1303 La Sapienza di Roma e nel 1343 l’Università di Pisa. Questo breve excursus per sottolineare come la formazione universitaria sia stata radicata nel nostro territorio e come l’amore per la conoscenza, lo studio e la ricerca impegnata abbiano svolto un ruolo decisivo per la costituzione della stessa. Da allora però molte cose sono cambiate e oltre ai vergognosi scandali che hanno colpito il mondo accademico, anche la qualità della formazione dei nostri atenei sembra essere messa in dubbio.

© Pavel Losevsky - Fotolia

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Stando almeno a quanto riportato da una recente statistica condotta dal settimanale inglese “The”, acronimo che sta per Times higher education che fa parte dell’autorevole  “The Times”. I criteri adottati per le valutazioni dei singoli atenei si sono basati tra gli altri sui fattori legati alla ricerca prodotta nei vari dipartimenti, alla qualità della didattica e alla retribuzione di professori e ricercatori. La classifica stilata a livello mondiale riporta un’immagine davvero preoccupante rispetto la situazione delle università italiane; queste infatti non figurano neanche tra le ottantanove università europee selezionate. Il Vecchio Continente porta alta la bandiera della formazione universitaria grazie ad atenei storici come quelli di Oxford e di Cambridge, ma anche grazie a nomi meno altisonanti, ma dalle ottime credenziali: il Federal Institute of Technology di Zurigo, la francese Scuola del Politecnico, l’università di Gottingen e di Monaco e quella di Barcellona. Il Nord Europa si distingue per l’eccellenza dei suoi poli in Norvegia con l’universitá di Bergen, in Finlandia con quella di Helsinki e la Technical University in Danimarca. Questo tipo di statistiche divergono spesso nei risultati a seconda dell’organismo che le stila, certo è che aldilà dei risultati delle singole ricerche una riforma del nostro sistema universitario è quanto mai auspicabile.

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