Le prime statistiche relative all’inizio del 2013 sono arrivate, e i numeri in esse riportati dipingono un quadro sempre più a tinte fosche del mercato del lavoro in Italia, in cui la tanto agognata ripresa sembra non ne voglia sapere di farsi viva.
A gennaio di quest’anno si è toccato il picco massimo dei disoccupati, i quali ammontano a 2 milioni e 999mila, poco distanti insomma dalla soglia psicologica dei 3 milioni. Crescendo la cifra di chi non ha lavoro cresce di conseguenza il tasso di disoccupazione all’11,7%, poco più di due punti superiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Bastava guardarsi in giro per capire che il lavoro è il punto dolente del nostro Paese, soprattutto per chi abita nel Mezzogiorno, in cui il tasso di disoccupazione è più alto di 6 punti rispetto alla media nazionale.
Chi soffre di più di questa situazione sono i giovani. Nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni il dato sui disoccupati ammonta al 38,7%, 6,4 punti in più a paragone con il 2012. Non sappiamo se si siano già dispiegati gli effetti della riforma Fornero, sta di fatto che chi è più giovane non trova posizioni adeguate: o sono a tempo determinato (e malpagate), o, quando si giunge al momento di ottenere un contratto a tempo indeterminato, le aziende preferiscono licenziare.
Proprio quest’ultima tipologia di contratto sta attraversando una fase di decremento, meno 423mila unità (-2,2%), mentre aumentano i contratti a tempo determinato e i part time. Un settore particolarmente colpito dal calo di occupazione è l’industria, seguita da quello dell’edilizia, mentre il settore dei servizi cresce dello 0,7%. Verrebbe da dire, parafrasando un celebre film, che l’Italia non è un Paese per lavoratori.










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