Erasmus for all

11
mag
scritto da Giulia in Europa nessun commento

©panthermedia.net/Georgios Kollidas

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Il programma Erasmus ha compiuto 25 anni. Per questa occasione si è svolta una manifestazione molto importante a Copenhagen in cui è stato presentato un manifesto contenente i nuovi obiettivi del programma di scambio a livello europeo. L’Erasmus è nato nel 1987 vedendo la partecipazione di solo 3 mila studenti universitari. Nel corso degli anni ha ricoperto un ruolo sempre più importante diventando quasi una tappa d’obbligo per gli studenti universitari. Si stima che entro il 2012 il programma Erasmus sfiorerà i 3 milioni di partecipanti. Finora sono stati 2.200.000 gli studenti che hanno ottenuto una borsa di studio Erasmus, di cui 270.000 italiani. L’Erasmus è un momento importante nella vita di ogni studente che consente di ampliare il proprio bagaglio linguistico e culturale e di intensificare i collegamenti professionali.
Tra gli obiettivi principali quello di continuare a lavorare ad “abbattere le frontiere” presenti ancora purtroppo in Europa tra i vari sistemi di educazione per creare uno spazio unico e comune di formazione. Inoltre il programma Erasmus mira a incrementare i collegamenti con il mondo del lavoro e a promuovere negli atenei i corsi delle lingue meno insegnate. L’obiettivo più importante sostenuto dagli organizzatori e presentato all’evento di Copenhagen è quello di voler estendere il progetto anche in Paesi extraeuropei. Nel 2013 nascerà quindi “Erasmus for all”.
La Commissione UE ha pubblicato l’8 maggio i dati relativi alle adesioni e alle mete preferite scelte dai ragazzi. L’Università di Bologna, la più antica del mondo occidentale che risale al 1088, è la prima scelta dagli studenti europei in Italia, la quale si posiziona al quarto posto nella classifica generale. Segue poi La Sapienza di Roma al nono posto e l’Università di Firenze al dodicesimo. Tra le destinazioni più diffuse Spagna, Francia e Regno Unito.

Accordo tra Microsft e Crui

08
apr
scritto da Stefania in Formazione nessun commento

© Frog 974 - Fotolia

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È stato firmato il 4 aprile l’Accordo Quadro Education Alliance Istruzione Superiore, un accordo tra Microsoft e Crui per garantire un maggior accesso alle nuove tecnologie negli Atenei. L’accordo sarà in vigore fino al 2015 e punta a ottenere maggiore efficacia ed efficienza dall’applicazione della Ict all’insegnamento, all’amministrazione degli Atenei e all’apprendimento.

Grazie alla tecnologia e ai nuovi programmi di apprendimento gli studenti potranno fare nuove esperienze formative e avranno la possibilità di entrare in contatto più facilmente con il mondo del lavoro con i programmi di sviluppo delle competenze. I principali obiettivi dell’accordo sono i seguenti: creare un clima di progresso tecnologico e di scambio culturale tra gli studenti, agevolare l’accesso alle tecnologie avanzate, incrementare le iniziative di ricerca e mettere infine anche a disposizione delle Università italiane numerosi strumenti tecnologici all’avanguardia. L’accordo è stato presentato il 4 aprile da Microsoft e da Crui, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. La Crui è un’associazione delle Università statali e non statali fondata nel 1963 che nel tempo ha acquisito un riconosciuto ruolo istituzionale e di rappresentanza e inoltre una notevole capacità di influenza sullo sviluppo del sistema universitario in Italia grazie ad un’intensa attività di studio e di sperimentazione.

L’associazione presenterà a breve presso tutte le Università italiane le numerose opportunità che Microsoft ha ideato per gli studenti. Tra i tanti progetti ne troviamo due di particolare importanza. Il progetto Dreamspark permette l’accesso gratuito alla tecnologia di ultima generazione per preparare in modo corretto gli studenti all’ingresso del mondo lavorativo. Il progetto Imagine Cup invece è una competizione di livello globale, che ha come obiettivo l’innovazione tecnologica e che consente agli studenti di tutto il mondo di paragonare i propri progetti.

Progetto Paese

01
mar
scritto da Stefania in Formazione nessun commento

La ripresa economica riparte anche da una nuova visione dell’istruzione e dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. La lotta alla disoccupazione necessita di un contesto scolastico e universitario più aderente alle necessità del mondo lavorativo e alle sfide, ardue a dire il vero, che attualmente richiede.

© Joachim Wendler - Fotolia

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Il Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo parla in un’intervista rilasciata al Sole 24Ore proprio delle prossime mosse per aprire il contesto universitario italiano a nuovi scenari. Base di partenza è l’internazionalizzazione degli atenei, aprendo le porte a studenti stranieri non solo europei. La ricchezza in termini di cultura e di esperienze che l’internazionalizzazione porta sono valori inestimabili e necessari per rendere gli atenei nostrani più concorrenziali a livello globale e rende la dimensione lavorativa più aperta verso l’esterno, non più incancrenita su problemi e visioni ristrette.

Logicamente è necessario sviluppare un’azione congiunta su più livelli, perché non basta aprire le porte agli studenti stranieri, è necessario avviare anche quei processi aziendali che permettano l’assorbimento della forza lavoro nuova. Il “progetto Paese” deve ispirarsi ai modelli esteri che da tempo hanno trovato la chiave di lettura per coniugare saperi e approcci diversi alle esigenze lavorative locali. Innanzitutto necessario è abbattere il dislivello con il calendario internazionale universitario, specie per quanto riguarda i test di ammissione.

Nei Paesi anglosassoni ad esempio la stagione delle selezioni viene aperta nell’autunno dell’anno precedente a quello del corso, mentre da noi avvengono a settembre, mese in cui iniziano anche i corsi. In questo modo il rischio è che i test nostrani si rivolgano solo a quegli studenti che non hanno passato i test in altri Paesi. La sperimentazione di nuovi modelli è stata già pianificata dal Ministro e dopo il 2012, anno di transizione, il 2013 dovrebbe già essere adottate le nuove misure.

Business partecipation

26
feb
scritto da Stefania in Italia nessun commento

La App economy ha generato nei soli Stati Uniti ben 466.000 posti di lavoro dal lancio nel 2007 dell’iPhone ad oggi. Stando ad uno studio condotto dal presidente della South Mountain Economics, Michael Mandel e da TechNet l’introduzione sul mercato dei moderni dispositivi di comunicazione, quali appunto iPhone, BlackBerry, Android, così come l’affermarsi di social media stile Facebook ha contribuito enormemente alla creazione di nuove professionalità e di conseguenti posti di lavoro.

© Stauke - Fotolia

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Solo Facebook in Italia ha reso possibile che 35 mila posti d’impiego nuovi venissero occupati, con un impatto economico sul nostro prodotto interno lordo pari a 2,5 miliardi di euro. Secondo una ricerca effettuata da Deloitte l’Italia si piazza molto bene per quello che concerne la partecipazione nell’utilizzo di strumenti di social marketing e in Europa arriviamo subito dopo la Germania e la Francia. La ricerca condotta da Deloitte ha tenuto in considerazioni alcune variabili, quali la spesa per la pubblicità, l’infrastruttura tecnologica, lo sviluppo di applicazioni e il valore del marchio.

La business partecipation che le aziende abbracciano in numero sempre più crescente permette di sfruttare le potenzialità del web non solo per tenersi in contato con gli amici, ma anche per veicolare un brand, dare un feedback immediato e senza intermediari, aumentare la visibilità e la reputazione di un marchio. L’Europa sembra quindi seguire questa tendenza, con l’Italia sul podio che viaggia in rete da casa, in ufficio, sui dispositivi mobili.

Solo in questo modo le piccole e medie aziende potranno godere di un nuovo slancio vitale, rafforzando la loro presenza e creando con la clientela un rapporto che i vecchi sistemi di fidelizzazione, oggi non riescono più ad assicurare.

Carriere creative

22
gen
scritto da Caterina in Formazione nessun commento

 

In un periodo come questo, in cui la crisi economica tocca vari settori e la disoccupazione giovanile aumenta diventando quasi insostenibile, ci si chiede spesso, conclusa la formazione scolastica, quale sia la via migliore da percorrere per il proprio futuro. Indubbiamente i mestieri più richiesti sono quelli con competenze economiche o imprenditoriali. Ma cosa si fa se questo tipo di mestiere non corrisponde minimamente alla propria indole? La scelta post diploma è decisiva per il proprio futuro, ma non per forza si deve mirare ad un mestiere che non corrisponde alle proprie esigenze e volontà. C’è chi dice che oggi il lavoro bisogna in qualche modo inventarselo e una buona dose di creatività in questo processo non guasta di sicuro.

© Monia - Fotolia

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Chi ad esempio ha frequentato il liceo artistico può impegnare il proprio talento creativo in diversi modi e settori. Non esiste solo il mestiere del pittore o dell’illustratore. Oggi un mestiere che viene molto richiesto è il Fashion Designer, di sicuro uno dei lavori più ambiti per chi disegna e cuce con passione. Le strade da intraprendere in questo campo sono tre, si può lavorare in una sartoria creando nuovi modelli, in un atelier di stilisti o come costumista di scena nel campo dello spettacolo. Altri mestieri per chi ha un background artistico possono essere il Designer di vetrine di negozi, allestendo le vetrine in modo da attirare possibili acquirenti, il Designer di cancelleria, abbellendo i biglietti d’auguri venduti nelle cartolerie, l’artista del paesaggio, quindi attinente all’architettura migliorando l’aspetto degli esterni, e poi il curatore di museo, lo scenografo, l’insegnante di arte e addirittura il fiorista, componendo bouquet di fiori e facendo composizioni di colori.

Crisi del settore auto

20
gen
scritto da Stefania in Europa nessun commento

Solo il mercato delle auto usate sembra resistere alla crisi che sta colpendo il settore automobilistico. Secondo dati recenti le vendite di automobili sono crollate nel 2011, rispetto all’anno passato per quasi tutte le case automobilistiche. Si parla di un meno 24% per la Peugeot, meno 23% per la Citroen, meno 22% per la Renault, meno 19% per la Ford, meno 13% per la Toyota, meno 7% per la Opel e meno 19,3 % per la Fiat. Dati che non lasciano presagire niente di buono neanche per l’anno in corso; l’Unione delle case estere UNRAE prevede un meno 4% nel 2012. Le motivazioni non sono difficili da immaginare.

© Stefano Neri - Fotolia

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In un periodo storico di grande incertezza economica, di disoccupazione crescente e di crisi globale quello che per molti italiani era un acquisto scontato, l’auto, diventa sempre più un lusso. Il prezzo dei carburanti è salito, quello delle Rc auto pure, perfino i parcheggi sono rincarati. Ecco che le previsioni non possono non tener conto di una tendenza purtroppo in ribasso, che solo con una ripresa dell’economia e il rilancio della competitività italica potrà subire un’inversione di tendenza. In questo contesto il mercato delle auto usate registra dati migliori, con un +0,59% rispetto al 2010. Numericamente si parla di ben 26.662 passaggi di proprietà in più rispetto al 2010, per un totale complessivo di 4.571.182 passaggi.

Un segnale quindi incoraggiante che va a sopperire la necessità di molti di avere un’auto; la media nazionale per il possesso di un’auto è decisamente superiore a quella europea per motivazioni legate anche alla scarsa efficienza o copertura del servizio pubblico, per cui posseder un’auto è spesso l’unico modo per recarsi al lavoro, sbrigare le faccende quotidiane, portare i bambini a scuola, …I costi per un’auto usata sono sicuramente minori rispetto all’acquisto di una nuova e questa tendenza va anche nella direzione del risparmio, tema oggi molto sentito.

La crisi economica mondiale

29
dic
scritto da Giulia in Mondo nessun commento

Non si può oramai più seguire un telegiornale, leggere un quotidiano, ascoltare una radio senza sentire o leggere la parola crisi. La crisi ha portato una recessione molto preoccupante partendo dagli Stati Uniti e espandendosi a livello mondiale colpendo anche e soprattutto l’Europa mettendola di fronte a una situazione difficile da gestire. Le cause della crisi sono molte e complicate da definire in poche righe ma cerchiamo un attimo di fare il punto della situazione a tre anni dal suo inizio.

© mdfiles - Fotolia

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La crisi economica ebbe inizio nell’estate del 2007 negli USA e si è poi riversata su tutto il mondo a partire dai primi mesi del 2008. Seguì poi una crisi industriale, dopo il fallimento di Lehman Brothers, una società fondata nel 1850 che si occupava di servizi finanziari a livello globale. Soprattutto il mondo occidentale subì nel 2009 una crisi economica generalizzata e vertiginosi crolli del Pil. Infine, dopo una parziale ripresa economica nel 2010, si è verificata principalmente in Europa un allargamento della crisi ai debiti sovrani e alle finanze politiche di molti paesi, argomento ancora di enorme attualità nell’eurozona.

Ci sono delle analogie tra la crisi del 1929 che si legge nei libri di storia e quella attuale. Il principale motivo di entrambi le crisi erano la cattiva struttura del sistema bancario con eccessi di prestiti a carattere speculativo. La drammatica crisi economica del 1929, il cosiddetto crollo di Wall Street o la grande depressione, sconvolse l’economia a livello mondiale alla fine degli anni venti portando conseguenze politiche dannose. In Germania per esempio, che subì in modo particolare il contraccolpo, la crisi provocò un tragico aumento della disoccupazione che portò nel 1933 la NSDAP, il Partito nazista, al potere.

Senza essere troppo pessimisti, bisogna stare attenti che anche questa crisi non porti conseguenze politiche di cui potremmo poi pentirci amaramente. La storia ci insegna.

Alle sponde del Bosforo

27
dic
scritto da Giulia in Mondo nessun commento
© Windowseat-Fotolia

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Un vero boom economico è stato quello che ha e sta vivendo la  potenza turca, che a partire dagli anni Ottanta con l’apertura agli investimenti esteri ha visto crescere esponenzialmente il proprio prodotto interno lordo. Nel corso dei decenni la Turchia ha dovuto far fronte anche a periodi di stallo e di crisi, come quella delle banche nel 2001, dai quali è riuscita a risollevarsi e a imporsi oggi come il Paese con la maggiore crescita economica.

La Turchia ha superato la Cina nei primi nove mesi del 2011 con un incremento del Pil del 9,6% a fronte del 9,4% cinese, secondo quanto riportato dal ministro dell’Economia turco, Zafer Caglayan. Merito del rilancio dell’economia turca e del suo conseguente peso politico, è stata la politica estera condotta dall’attuale governo di Tayyip Erdogan e del suo partito AKP che dal 2002 governano il Paese. Il liberalismo economico turco ha portato evidenti benefici in termini di crescita e di affidabilità sui mercati esteri. I principali partner commerciali per la Turchia sono, infatti, la Germania, l’Italia, Regno Unito e Francia. Ma le mire espansionistiche del governo di Ankara puntano anche sui Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

La Turchia infatti dati i recenti attriti con l’Europa in merito alla sua entrata o meno nell’Unione europea sembra volgersi sempre più ad Oriente per costituirsi come punto di riferimento commerciale e in un futuro prossimo anche politico. La crescita del tasso del Pil dovrebbe nel 2012 leggermente arrestarsi; la crisi occidentale ha fatto registrare un rallentamento della crescita del 7% nel corso del 2011 e si parla di un 4% per l’anno appena iniziato. La Turchia d’altra parte deve fare i conti anche il disavanzo nel commercio estero; le importazioni superano di fatto le esportazioni e nel caso gli investimenti esteri diminuiscano il rischio è legato all’impossibilità per le banche turche di rifinanziare il mercato.

L’ Articolo 18

20
dic
scritto da Stefania in Italia nessun commento

In Italia appena si parla di lavoro viene menzionato l’Articolo 18. Che cos’è esattamente l’Articolo 18 e perché se ne parla tanto?

© Maksym Yemelyanov - Fotolia

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L’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sostiene che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo. Lo Statuto dei Lavoratori è stato approvato con la legge n. 300 nel 1970 ed è una delle norme principali del diritto del lavoro in Italia, il primo diritto della Costituzione della Repubblica Italiana quindi principio fondante della Repubblica stessa.  L’introduzione dell’Articolo e dunque le norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro“ modificarono notevolmente le condizioni di lavoro e il rapporto tra datore di lavoro, lavoratore e rappresentanza sindacale. Da decenni in Italia si discute di questa legge senza trovare una soluzione che accontenti un po’ tutti. L’Articolo 18 definisce i diritti e i limiti del lavoratore che viene licenziato e che fa richiesta al giudice per riottenere il suo lavoro, considerandosi licenziato in modo non giustificato. Il giudice stabilisce l’annullamento del licenziamento  quando avvenuto senza un motivo giustificato o senza giusta causa. Il lavoratore ha poi il diritto di decidere se rientrare in azienda o chiedere una indennità (quindici mesi di stipendio).
Il nuovo Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, con delega anche alle Pari Opportunità, Elsa Fornero, ha accennato in un discorso di voler eventualmente modificare l’Articolo 18, modifica in forte contrasto con la politica sindacale ma largamente condiviso da Confindustria. Ascoltiamo però un’altra voce, i docenti di Diritto. Secondo la maggior parte di loro sostenere che le imprese non assumano per colpa dell’Articolo 18 è una forzatura. La disoccupazione giovanile non dipende dalla legge n. 300 bensì dalle politiche aziendali. Se un’azienda infatti volesse inserire un ragazzo lo potrebbe fare offrendogli un apprendistato, un sistema che in altri paesi europei come la Germania funziona bene  e dove ai ragazzi nella maggior parte dei casi finito l’apprendistato viene offerta una posizione all’interno dell’azienda.

La potenza cinese

18
dic
scritto da Antonio in Mondo nessun commento
© Juergen Effner - Fotolia

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Che la storia sia fatta di corsi e ricorsi è dato assodato, forse un concetto sterotipato, ma pur sempre vero. La crisi dei mercati occidentali e gli sforzi intrapresi per arginare la deriva hanno maggiormente messo in luce l’ascesa di potenze lontane. La Turchia ad esempio che vanta una crescita del prodotto interno lordo del ben 8,2% nel terzo trimestre del 2011 o l’India, forte di una nuova forza competitiva rispetto i mercati mondiali.

E dall’Asia arriva anche la superpotenza cinese, oggi più che mai presente sia sul nostro territorio che come partner commerciale. Anche qui una grande risorsa per l’incredibile sviluppo economico della Nazione è costituita dalla manodopera e dai suoi bassi costi. Un boom avviato alla fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, quando l’allora Repubblica Popolare Cinese abolì le restrizioni al commercio estero, aprendo, di fatto, le proprie frontiere commerciali dopo decenni di chiusura totale. Ciò portò ovviamente a cambiamenti radicali nelle strutture stesse del mercato lavorativo cinese, richiedendo anche una sostanziale rivisitazione della normativa relativa al lavoro.

Se nell’economia pianificata precedente non esisteva alcuna contrattazione tra le parti, le riforme del mercato del lavoro successive hanno portato alla normativa del 29 giugno 2007 che regola i diritti dei lavoratori e le loro condizioni di sicurezza. La cosiddetta Labor contract Law impone ai datori di lavoro cinesi e stranieri di riformulare i contratti di lavoro, limitando i periodi di prova, prevedendo contratti a tempo determinati più a favore del lavoratore e patti di non concorrenza più limitati. Maggior peso assumono i sindacati all’interno della contrattazione collettiva.

Almeno a livello ufficiale quindi la Cina dispone di una legislazione in materia di lavoro tesa a tutelare maggiormente i lavoratori; la realtà spesso è poi diversa, ma questo è un problema non solo cinese.

istruzione in Italia

formazione di blocco