Programma Leonardo da Vinci

22
apr
scritto da Stefania in Formazione nessun commento

Studiare e lavorare all'estero (© Alistair Cotton - Fotolia)

Studiare e lavorare all'estero (© Alistair Cotton - Fotolia)

Per i giovani appena diplomati o neolaureati con l’intenzione di arricchire il proprio bagaglio di esperienze con una permanenza all’estero, il Programma Leonardo da Vinci è la risposta.

In che cosa consiste

L’Unione Europea, nell’ambito del programma Lifelong Learning (LLP), ovvero formazione continua durante tutto l’arco della vita professionale di ciascun cittadino, rende possibile ai giovani effettuare un’esperienza di stage in un Paese dell’Unione o in un Paese partner del progetto per un periodo di minimo 22 e massimo 26 settimane. In questo modo si apprendono importanti competenze professionali, acquisendo o migliorando allo stesso tempo le proprie competenze linguistiche.

Come si accede

Gli organismi come università, amministrazioni locali e regionali ed enti devono sottoporre i loro progetti all’Unione Europea. I giovani devono dunque cercare i soggetti che abbiano in cantiere progetti già approvati, in modo tale da potervi aderire. La ricerca avviene tra i bandi di progetto, in cui vengono specificati la durata dello stage, le scadenze, i requisiti per accedervi ed il Paese di destinazione. In linea generale si può dire che non esiste un tetto all’età dei partecipanti, anche se è possibile che vengano privilegiati i candidati più giovani.

Contributi economici

Ciascun progetto Leonardo da Vinci eroga a chi vi aderisce una borsa di studio, la quale ha l’obiettivo di non far gravare sul borsista i costi di mobilità dovuti al viaggio, al soggiorno e alla frequentazione di corsi di lingua. L’entità della borsa è tuttavia variabile, e non sempre arriva a coprire il 100% delle spese. Si può ovviare chiedendo una sponsorizzazione, un finanziamento pubblico, o nel caso in cui l’azienda presso cui si svolge lo stage fornisca un rimborso, altrimenti occorre pagare in prima persona.

Mercato del lavoro – gennaio 2013

19
mar
scritto da Caterina in Italia nessun commento

Le prime statistiche relative all’inizio del 2013 sono arrivate, e i numeri in esse riportati dipingono un quadro sempre più a tinte fosche del mercato del lavoro in Italia, in cui la tanto agognata ripresa sembra non ne voglia sapere di farsi viva.

Cercare lavoro (© aiksing - Fotolia)

Cercare lavoro (© aiksing - Fotolia)

A gennaio di quest’anno si è toccato il picco massimo dei disoccupati, i quali ammontano a 2 milioni e 999mila, poco distanti insomma dalla soglia psicologica dei 3 milioni. Crescendo la cifra di chi non ha lavoro cresce di conseguenza il tasso di disoccupazione all’11,7%, poco più di due punti superiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Bastava guardarsi in giro per capire che il lavoro è il punto dolente del nostro Paese, soprattutto per chi abita nel Mezzogiorno, in cui il tasso di disoccupazione è più alto di 6 punti rispetto alla media nazionale.

Chi soffre di più di questa situazione sono i giovani. Nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni il dato sui disoccupati ammonta al 38,7%, 6,4 punti in più a paragone con il 2012. Non sappiamo se si siano già dispiegati gli effetti della riforma Fornero, sta di fatto che chi è più giovane non trova posizioni adeguate: o sono a tempo determinato (e malpagate), o, quando si giunge al momento di ottenere un contratto a tempo indeterminato, le aziende preferiscono licenziare.

Proprio quest’ultima tipologia di contratto sta attraversando una fase di decremento, meno 423mila unità (-2,2%), mentre aumentano i contratti a tempo determinato e i part time. Un settore particolarmente colpito dal calo di occupazione è l’industria, seguita da quello dell’edilizia, mentre il settore dei servizi cresce dello 0,7%. Verrebbe da dire, parafrasando un celebre film, che l’Italia non è un Paese per lavoratori.

Economia tedesca

28
feb
scritto da Stefania in Europa nessun commento

industria (© Kadmy - Fotolia)

industria (© Kadmy - Fotolia)

Mentre alcuni Paesi combattono contro la disoccupazione, altri possono contare su un’economia solida e su prospettive rosee per i lavoratori. É il caso della Volkswagen, casa tedesca di successo che incarna perfettamente lo slancio dell’economia tedesca. Anche la casa automobilistica ha infatti annunciato l’intenzione di versare un premio di produzione di 7.200 euro ai 10mila dipendenti. Un doveroso atto di generosità? Neanche tanto, sottolineano i tedeschi, dato che nonostante il 2012 si sia chiuso con un netto utile di ben 22 miliardi, i 7.200 euro sono più bassi di quelli già erogati nel 2011, quando furono di circa 7.500 euro.

Euro in più, euro in meno la Volkswagen sta passando indenne la crisi abbattutasi specialmente nel comparto auto e si é posta come obiettivo il raggiungimento di 10 milioni di veicoli entro il 2018. Premi di produzione, vendite boom sia presso concessionari che in rete, la casa tedesca Volkswagen non conosce limiti ai suoi affari. Nel clima economico positivo il sindacato Ig Metall rivendica aumenti salariali del 5,5%, forte anche della conquista ottenuta l’anno scorso quando raggiunse un accordo con le industrie tedesche per un aumento pari al 4,3%. L’aumento in pratica più alto da venti anni a questa parte, chissà se riuscirà a superarlo, per la gioia dei lavoratori dell’industria.

Aumenti salariali che si ripresentano dopo circa dieci anni di salari fermi, una politica che si é rivelata evidentemente corretta, dato che i posti di lavoro sono stati mantenuti e ora si può anche pensare a incrementi dei salari. A proposito di posti di lavoro, attualmente il tasso di disoccupazione è fermo al 6,9%, nonostante dei momenti di incertezza (ricordiamo come esempio il taglio al personale della Commerzbank, ben 6mila dipendenti), il mercato teutonico può considerarsi ad oggi al riparo da brutte sorprese.

Starupper a Londra

13
feb
scritto da Antonio in Europa nessun commento

Londra (© samott - Fotolia)

Londra (© samott - Fotolia)

Molti giovani talenti, stanchi e scoraggiati dell’Italia e di come stanno andando le cose nel nostro Paese, vedono nell’Inghilterra una sorta di “Promised Land”, un Paese in cui poter realizzare i propri sogni. Londra non é di certo una capitale facile in cui abitare a causa degli elevati costi sia delle case che della vita in generale. È una città grande e caotica, in cui è facile perdersi, ma per tanti giovani italiani è la città estera più a portata di mano. Berlino è una città altrettanto ambita, ma in molti casi la barriera linguistica scoraggia i giovani a trasferirsi definitivamente nella capitale tedesca. Imparare il tedesco si sa non è facile. La Francia è stata duramente colpita anch’essa dalla crisi e ha visto diminuire molti eventi culturali di portata internazionale durante il periodo in cui era al Governo Sarkozy facendo così diventare Parigi meno attraente per i giovani. Un’altra città da sempre molto ambita dai giovani talenti nostrani è New York, ma Londra risulta per tanti più avvincente dato che è più vicina geograficamente di New York. Nonostante Londra sia una città molto costosa, ha tantissimo da offrire. Nella capitale britannica se si dimostra di valere le opportunità non mancano di certo, come hanno dimostrato le carriere di molti giovani talenti italiani, ad esempio quella di Stefano Ceccon, che si trova da tre anni e mezzo in Inghilterra dopo aver finito la laurea specialistica in Bioingegneria a Padovae  dove ha fondato Tribe Apps.
Londra è da sempre il fulcro di commerci e innovazioni internazionali e con lo sviluppo della Tech City di East London, le startup possono godere del supporto di aziende come ad esempio Google, Amazon, Cisco, che offrono inoltre anche spazi fisici dove le nuove imprese possono utilizzare gli uffici.

Il mercato auto nel mondo

15
gen
scritto da Stefania in Mondo nessun commento

mercato auto (© CenturionStudio.it - Fotolia)

mercato auto (© CenturionStudio.it - Fotolia)

L’Europa è sempre stata per antonomasia il continente primo al mondo nella produzione di automobili. E quest’anno sembra proprio che la Cina supererà l’Europa quanto a produzione di auto. A trarne vantaggio sono soprattutto le case automobilistiche tedesche che godono da anni ormai di ottima posizione sia in Cina che negli Usa. I dati resi noti dal Financial Times e elaborati da istituti di ricerca e analisti finanziari prevedono nel 2013 una produzione di auto in Cina di 19,6 milioni contro 18,3 milioni in Europa. Queste previsioni hanno portato a un rilancio in borsa della Volkswagen (+3,34%), della Porsche (+3,61%), della BMW (+3,25%) e della Daimler (+2,47%). Secondo alcune indiscrezioni, sembra che Daimler tra poco accoglierà anche investitori cinesi. Per il Gruppo Volkswagen la Cina è oramai già tempo il suo primo mercato mondiale. La VW ha deciso di terminare entro il 2013 la realizzazione di due nuove fabbriche in Cina, portando così la propria produzione cinese a 3 milioni veicoli entro fine dell’anno.
Sembra proprio che la Volkswagen e la Bmw siano alla conquista del mondo. Per le case italiane e francesi, in particolare per la Fiat e la Citroen, andrà sempre più in negativo perché le due case sono  troppo dipendenti dalle vendite europee. I produttori tedeschi sono invece perfettamente consapevoli che costruire in tutte le aree del mondo sia l’unica strada efficace per soddisfare le richieste su scala mondiale nei prossimi anni. Infatti la Volkswagen non costruisce solo in Cina, ma anche negli Stati Uniti e in Russia, mentre l’Audi in Messico, la Daimler negli Stati Uniti e la Bmw in Brasile. Se in Europa si prevede un’ulteriore riduzione delle immatricolazioni, a livello globale si pronostica un incremento delle immatricolazioni del 4%.

La flessibilità che non funziona

14
dic
scritto da Giulia in Italia nessun commento

Precariato (© slako - Fotolia)

Precariato (© slako - Fotolia)

Le ultime generazioni, definite a giorni alterni “bamboccioni” o “choosy” a seconda del gusto linguistico del ministro di turno, sono state le prime a fare i conti con la flessibilità dei contratti di lavoro. Se guardiamo alle cifre, in Italia mediamente ogni 100 persone ci sono 51 lavoratori con un posto fisso, 8 lavoratori con un contratto atipico (dipendenti a termine e falsi lavoratori autonomi), e 6 persone sono in cerca di lavoro. Considerando però soltanto la fascia d’età compresa tra i 18 e i 29 anni, i posti fissi scendono a 28, gli atipici salgono a 13 e 10 sono a caccia di un’occupazione. E altri due numeri devono destare la nostra preoccupazione: il primo è il tasso di conversione da contratto di lavoro atipico a stabile, sceso durante la crisi dal 46 al 37%, dunque di nove punti. Il secondo è il bacino dei precari, 2,2 milioni di persone su 3,6 milioni di lavoratori atipici.

I giovani sono dunque il segmento di popolazione maggiormente esposto a forme contrattuali caratterizzate da flessibilità. Ma davvero ha fatto bene tutta questa flessibilità al mercato del lavoro italiano? Gli indicatori sembrerebbero rispondere di no. I contratti atipici il più delle volte sono stati introdotti dalle aziende senza che vi fossero ragioni di tipo produttivo, tanto da avere lavoratori che svolgono la stessa mansione con contratti differenti. Non vi sono inoltre premi salariali che servano a giustificare il fatto che le imprese si servono di tali dipendenti per ridurre i costi di avere più impiegati fissi. L’80% di chi ha un contratto atipico desidera essere stabilizzato, e questo perchè le opportunità di trovare velocemente altre posizioni scarseggiano. Senza contare che gli strumenti del welfare sono assolutamente insufficienti.

Settore agricolo

08
nov
scritto da Stefania in Italia nessun commento

Durante il convegno “Lavoro, occupazione, produttività” promosso da Confindustria, il Ministro del Lavoro Elsa Fornero ha fatto il punto della situazione in materia di agevolazioni per il Sud Italia in merito all’agricoltura. Un settore sempre più importante, come si evince anche dai dati resi noti da Confagricoltura: l’agricoltura assorbe sempre più disoccupati e segna un trend in positivo, decisamente diverso da quello che interessa il resto dell’economia italiana.

viticoltura (© Arpad - Fotolia)

viticoltura (© Arpad - Fotolia)

Istat infatti rileva come nel secondo trimestre dell’anno si sia verificata una contrazione dello 0,2% per quanto riguarda l’occupazione, mentre nello stesso periodo si é registrato un aumento del 6,2% degli occupati nel settore agricolo. E i giovani sono una fetta consistente di questa realtà: il 28% sono le persone tra i 40 e i 49 anni, il 23% sono under 30 e solo il 6% supera i 60 anni. Da un punto di vista di realtà aziendali impiegate nel settore agricolo emerge dai dati che sono le prime 500 aziende quelle che assorbono un quarto dei lavoratori in totale. Le aziende che hanno creato nuovi posti di lavoro nel settore sono cresciute del 10% e da 34.774 sono diventate 38.173. Sono aziende che hanno puntato sull’innovazione, che però ora rischiano di essere penalizzate dalla legge di stabilità.

Confagricoltura vuole presentare un pacchetto per favorire la crescita e la produttività, riducendo anche la pressione fiscale sulle aziende che occupano addetti almeno per 100 giornate. Un’altra proposta inoltre è quella che vuole agevolare le cosiddette “assunzioni congiunte”, vale a dire un procedimento che preveda assunzioni di gruppo per le aziende che fanno capo a uno stesso gruppo societario. In questo modo si risparmierebbe molta più burocrazia.

Posti di lavoro persi

12
ott
scritto da Stefania in Europa nessun commento

La crisi finanziaria ha avuto ripercussioni pesantissime sui lavoratori e i dati che vengono diramati sono davvero allarmanti. Abbiamo più volte concentrato la nostra attenzione sulla ricerca di lavoro e sulle prospettive per i giovani e meno giovani, alle prese con la ricerca estenuante di un’occupazione. Arrivano ora i dati resi noti dal bollettino della Banca centrale europea e si legge che tra il 2008 (anno in cui è iniziata la crisi) e il primo trimestre del 2012 il numero di posti di lavoro nell’euro zona andati perduti, sono oltre 4 milioni.

jobs (© Danilo Rizzuti - Fotolia)

jobs (© Danilo Rizzuti - Fotolia)

Un numero immenso che rivela tutta la gravità della situazione. L’impennata maggiore si é riscontrata nel periodo che va dai primi tre mesi del 2008 ai primi tre del 2012, quando il tasso di occupazione è sceso di 1,7 punti percentuali. Una volta scoppiata la crisi finanziaria e economica, le imprese hanno reagito con soluzioni che prediligevano la flessibilità interna. Meno ore di lavoro, meno straordinari, maggiore flessibilitá richiesta ai propri occupati. In linea di massima in tutta Europa si è assistito a un peggioramento delle condizioni, la disoccupazione è salita nel luglio dell’anno in corso all’11,3%, salendo quindi di 4 punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2011, quando era al 7,3%.

Secondo le previsioni della Bce la situazione recupererà in maniera molto graduale, mentre i consumi di abbasseranno, attestandosi tra i 5 e i 7 miliardi di euro nel 2014, come fa notare Confcommercio. Su questa perdita dei consumi incide l’aumento dell’Iva, che serve a compensare le aliquote Irpef più basse. Uno scenario tutt’altro che roseo, che impone allora drastiche e repentine politiche atte a sostenere lo sviluppo e a creare quelle condizioni economiche e sociali, oggi in crisi. 

 

 

 

Master in sostenibilitá

04
set
scritto da Stefania in Formazione nessun commento

La necessità di formare le nuove generazioni alla luce delle sfide che l’ambiente ci pone è uno degli obiettivi principali di vari atenei e organismi di formazione che organizzano master, volti proprio a uno sviluppo più sostenibile. Il centro studi Fleet&Mobility organizza da diversi anni il master sull’automobile che da quest’anno ha iniziato a puntare molto sul modulo della mobilità sostenibile.

Immagine: ©panthermedia.net/TongRoASIA Lewis Lee - sostenibilità

Immagine: ©panthermedia.net/TongRoASIA Lewis Lee - sostenibilità

Un modo per offrire una conoscenza del mondo delle auto a carburante alternativo più dettagliata, al fine di riconoscere soluzioni possibili e sbocchi per il futuro. Veicoli ibridi e elettrici, gpl, ma anche formule di car sharing. Alla formazione in aula si affiancano le esperienze dirette, grazie anche alla collaborazione con le aziende sponsor, quali Nissan Italia, Pirelli, Findomestic, Ald Automotive e con il patrocinio di Aniasa e Assilea. 15 sono gli studenti che possono partecipare al master, che nel corso degli anni ha dimostrato un buon placement per gli ex alunni in società attive nel settore dell’automotive.

Segnaliamo un’altra interessante offerta formativa che incontra le nuove esigenze di mercato e di rispetto dell’ambiente, il master internazionale “Gestione integrata delle coste marittime”, reso possibile grazie alla collaborazione tra la Scuola Superiore Universitaria IUSS di Pavia con la Tongji University di Shangai e la Chonnam National University della Corea del Sud. Il master è rivolto a 20 studenti provenienti da diversi Paesi e selezionati attraverso un bando. I vari moduli vedono la partecipazione degli studenti alle lezioni in Italia, in Cina e in Corea per acquisire quelle competente necessarie affinché lo sviluppo economico di un Paese non vada a scapito del suo patrimonio naturalistico costiero.

Due master che si rivolgono a tipologie di studenti diversi, rappresentativi però di un nuovo modo di intendere le competenze del futuro, orientate alla tutela del nostro ecosistema.

Germania, terra d’immigrazione

04
ago
scritto da Stefania in Europa nessun commento

Un Paese dall’economia forte come la Germania deve riconoscere il peso innegabile che le forze lavoro nel passato, come anche oggi, hanno, contribuendo a costruire e consolidare le basi dell’economia stessa. Eppure sembra che la Germania abbia ancora qualche problema per quanto riguarda la presa di coscienza di essere una terra d’immigrazione, stando alle parole di Christine Lüders, direttrice del centro antidiscriminazione federale che ha condotto lo studio.

Reichstag (© Marcito - Fotolia)

Reichstag (© Marcito - Fotolia)

I dati parlano chiaro e raccolgono le testimonianze di più di 7000 cittadini con un background migratorio e di 2100 cittadini senza migrazioni alle spalle. La discriminazione sembra essere un atteggiamento molto più diffuso di quanto si possa immaginare, specialmente sul lavoro, nei rapporti con l’autorità e nel campo dell’istruzione. Praticamente i settori della vita sociale più importanti. E questo nonostante i migranti siano anche coloro i quali assicurano il popolamento della nazione stessa che avrebbe altrimenti un tasso di natalità tra i più bassi in assoluto. Nelle città più grandi addirittura il 60% dei bambini tra gli 0 e i 5 anni hanno almeno un genitore nato all’estero.

D’altronde la Germania è uno tra i Paesi che raccoglie il numero più alto di migranti, circa 15,3 milioni su una popolazione di 82 milioni. Cifra destinata a salire, se si considera anche la mancanza di personale qualificato per le aziende tedesche che costringe la politica a relazionarsi con un problema oggettivo. Sono specialmente i cittadini extra europei ad avvertire con maggior peso l’atteggiamento discriminatorio anche in altri settori della vita comunitaria, differentemente invece da quelli europei che hanno una sensazione diversa e si sentono più tutelati. Una situazione che necessita ancora di molto tempo per migliorare, dato che la mentalità delle persone si modifica solo in processi molto lunghi, che richiedono l’impegno di tutti.

istruzione in Italia

formazione di blocco